Visualizzazione post con etichetta libri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta libri. Mostra tutti i post

L'intervista dopo l'uscita di Questa notte è la mia, romanzo



L'articolo è comparso su www.infinitestorie.it con il titolo "Rincorrendo la vita".

Mantenere la mente lucida, sempre. Questo è quanto scrive Alberto Damilano sul suo blog. E questo è quanto ha dovuto ed è riuscito a fare da quando, nel 2009, si è ammalato di sclerosi laterale amiotrofica (SLA).Questa notte è la mia è il suo primo romanzo ed è l'esempio perfetto della sua forza d'animo. Un protagonista, Andrea, che a quarant'anni si scopre affetto da una grave malattia neurodegenerativa che ricorda in tutto e per tutto quella dell'autore ma che non verrà mai nominata. L'escalation di difficoltà giorno dopo giorno ma in parallelo una specie di miracolo: Andrea, giornalista insoddisfatto e con un matrimonio che sembra non avere più senso, decide di non lasciarsi andare, ma di trovare nuovi stimoli, nuove motivazioni e, già su una sedia a rotelle, si appassiona all'inchiesta che sta seguendo il giovane collega Francesco, un caso di infiltrazioni criminali nelle istituzioni torinesi, affiancandolo nelle indagini. Di questo romanzo Massimo Gramellini ha scritto: ”Credevo di leggere il racconto di una malattia e invece ho trovato una cura“. Alberto Damilano, che scrive per mezzo di un puntatore oculare, ha accettato volentieri di rispondere alle nostre domande.

D. Lei si è ammalato di SLA nel 2009 e sembra aver trovato forza e conforto nella scrittura, Questa notte è la mia è il risultato: quanto è stato importante per lei questo progetto, da dove è nata la necessità e in che modo l'ha aiutata?

R. In psichiatria, il mestiere che praticavo prima di ammalarmi, la dimensione narrativa è fondamentale. Nel percorso psicoterapeutico guarire è come demolire, almeno in parte, il racconto che si ha di sé e della propria vita per costruirne un altro. Per me scrivere è stato (ed è) come ritrovare se stessi e, insieme, una forma di cura. Le storie che curano non sono tali solo per chi legge, ma anche per chi scrive. È accaduto per caso, avevo aperto un blog in rete dove affrontavo argomenti vari e, come racconto nella post-fazione, una collega diventata giornalista e scrittrice, che apprezzava il mio modo di scrivere, mi chiese una testimonianza sulla malattia. Questa notte è la mia è nato così. Dal rifiuto di annoiare il lettore e dall'intenzione di coinvolgerlo in qualcosa che fosse in grado di appassionarlo. L'intensità del racconto, che qualcuno mi attribuisce, è dovuta, credo, alla passione stessa con cui l'ho scritto.

D. La bellissima dedica del libro è a sua moglie Francesca, ”che si è fatta ombra discreta“. Quale è stato il ruolo dei suoi familiari nell'accompagnarla verso la scrittura?

R. Convivere con la SLA in stadio avanzato non è impresa da poco, sia per l'interessato che per i familiari, materialmente e psicologicamente. Francesca è la mia àncora, mi dà la sicurezza che io sono sempre io (andate a rileggere le parole di Marta quando viene a sapere della malattia, le parole sono le sue). Scrivere, nelle mie condizioni, è anche faticoso, dovendo usare un puntatore oculare che legge i movimenti degli occhi su una tastiera virtuale. Lei è, quando scrivo, il custode della mia concentrazione: filtra le visite ed è discreta, appunto, presente e vigile quanto basta. La malattia, in questo stadio, è un rischio continuo, 24 ore al giorno. E poi ho una figlia meravigliosa, la prima fan di quel che scrivo.

D. Andrea, il protagonista de Questa notte è la mia, è un giornalista che si scopre malato di SLA (anche se la malattia non è mai nominata in modo esplicito) ma che reagisce con grande forza e si impegna in una complicata inchiesta giornalistica aiutando un collega più giovane e inesperto. Quanto c'è di autobiografico nel libro e come è nato il personaggio di Andrea? E ancora, perché ha scelto di non nominare la malattia nel corso della storia?

R. La figura di mio padre, autorevole ed autoritario, mi ha accompagnato tutta la vita, anche dopo che è mancato, contribuendo ad alimentare le mie insicurezze. Avevo bisogno di un personaggio che le amplificasse e tanto lontano dalla mia professione, così dal poterne prendere le giuste distanze. Un personaggio che, quando non c'è più nulla da perdere, accetta la malattia ed è capace di fare appello alle risorse interne migliori, che erano presenti e di cui non aveva consapevolezza. Che è, in parte, la mia storia. Ho scelto di non nominare mai la malattia perché volevo che il racconto avesse un valore in qualche modo universale. Restando alle malattie, non è solo la SLA a costringere a scelte radicali, estreme, che consente di riconsiderare in breve tempo l'intera vita e permette di riscattarla ai propri stessi occhi. Ma lo stesso accade di fronte ad accadimenti di altra natura e comunque imprevedibili e catastrofici, che pongono un aut aut brutale, o adattarsi o rinunciare a vivere. Se si è in grado di vivere una sorta di ”second life“, allora la gerarchia dei valori cambia e può accadere di incontrare territori umani prima inesplorati. È un'esperienza esistenziale completamente nuova.

D. Un personaggio molto importante del libro è però anche Massimo – medico psichiatra – caro amico e confidente di Andrea. I due appaiono allo stesso tempo lontani e vicini, simili e diversi, e sembrano sostenersi l'un altro. Vuole parlarci brevemente di questo rapporto di amicizia, del peso che ha nella storia e di quanto può essere importante un amico di questo tipo nella vita?

R. Massimo è, dopo Andrea, il mio secondo alter ego. È allo stesso tempo un paesaggio dell'anima con il quale tessere un dialogo interiore, quanto una persona reale, che non fugge per paura, semplicemente perché già ha dovuto fare i conti con la vita, e li ha risolti. È, in fondo, quella saggezza che ci manca di fronte alle grandi scelte della vita. È esperienza comune, ed è anche la mia, di perdere tante amicizie, una volta che l'ineluttabile si profila all'orizzonte. Per l'angoscia, in fondo, di confrontarsi con parti di sé irrisolte. Massimo è l'amico che non ti abbandona mai, quello che ognuno vorrebbe incontrare nella vita.

D. Il giornalismo investigativo, la malattia, il tema delle infiltrazioni mafiose nelle istituzioni... I temi e le ambientazioni della sua storia fanno pensare che nel suo libro siano contenuti messaggi e denunce, affidati in parte alla postfazione. È effettivamente così? Quali sono i messaggi che affida al libro e che si augura giungano ai suoi lettori e magari non solo a loro?

R. Credo che la realtà sia molto complessa, ma che questo sia spesso un alibi auto assolutorio per le scelte non fatte. I peccati di omissione, mi si passi il termine, per me agnostico, sono i peggiori. Di fronte alla corruzione dilagante, all'ingiustizia sociale, agli stereotipi culturali ed ideologici che sequestrano la libertà di essere se stessi, non è possibile non prendere posizione, continuare a tacere. Non ho particolari messaggi da affidare al lettore, se non questo. Insieme al dovere di avere memoria. Sto scrivendo, in questo periodo, un romanzo di ambientazione partigiana, un periodo della nostra storia in cui le scelte erano difficili, eppure si seppe prendere posizione e scegliere la parte giusta, a costo della vita. È nei periodi critici che gli individui e i popoli sanno esprimere il meglio di sé, purché non solo se ne conservi memoria, ma si sappia renderla cosa viva e non oggetto da museo, oggetto di pura contemplazione estetica.

4 marzo 2013
.

Stanotte è la mia, romanzo - presentazione a Torino

Serata di presentazione, servizio tg 3 Piemonte.

Ali&no editrice www.alienoeditrice.net
e-book www.ebookizzati.com

Alberto Damilano nasce nel 1955 a Fossano, nel cuneese. Medico, dopo la laurea si trasferisce a Torino, dove si sposa e nasce la sua unica figlia. Lavora nell'hinterland torinese, nei quartieri dormitorio segnati dalla massiccia immigrazione interna, cui farà seguito, fin dagli anni '80, l'onda lunga della deindustrializzazione con i suoi effetti devastanti: disturbi mentali e tossicodipendenza. Nel febbraio 2009 si ammala di sclerosi laterale amiotrofica (SLA) che in breve lo paralizza completamente e gli consente di sopravvivere solo grazie a nutrizione e respirazione artificiali. Stanotte è la mia è la sua opera prima.

(dalla quarta di copertina) In questo romanzo, costruito come un noir metropolitano ambientato a Torino, la malattia è una co-protagonista insidiosa e bastarda che rallenta le indagini alla ricerca della verità.
Andrea, il protagonista della storia, è giornalista in una redazione di provincia e, con un collega, inizia a indagare su un caso "che scotta" facendone oggetto d'inchiesta: è uno dei tanti eroi del nostro tempo, sconosciuto ai più, ma senza il quale non è possibile sperare in un futuro diverso.
Un romanzo ben scritto, ricco di contenuti forti e con il piglio narrativo e la struttura del giallo che tiene con il fiato sospeso fino alla fine.


Stanotte è la mia, romanzo


La storia si svolge a Torino. Protagonista è Andrea, giornalista quarantenne fallito e dalla vita sentimentale burrascosa, che s’ammala di una grave malattia neurodegenerativa. Suoi alterego sono il giovane collega precario Francesco e il più anziano psichiatra Massimo. Altri personaggi, la moglie Marta, l’amica d’infanzia Giulia, un barbone bosniaco-rom fuggito dall’assedio di Sarajevo e Gina, senza fissa dimora con disturbi mentali. Attraverso il progredire della malattia Andrea si riscatterà e intorno a lui ogni personaggio evolverà verso un finale ricco di colpi di scena in cui nessuno resterà uguale a sè stesso. Il piano narrativo oscilla tra il mondo interno di Andrea e il piano di realtà con cui gradualmente Andrea si riconcilierà.

(dalla postfazione)
Questo libro è stato scritto tra il febbraio e il settembre 2011. E’ dedicato a mia moglie Francesca, che mi è accanto ogni giorno, aiutandomi a superare le prove più dure. (...)
Ma in particolare è dedicato ai malati che vivono ogni giorno la tragedia di una malattia che si chiama Sclerosi Laterale Amiotrofica, e ai loro familiari, nella speranza che, leggendo queste pagine, qualcuno di loro possa trascorrere qualche ora serena, e trovare qualche motivazione in più per resistere al mare in burrasca che li sta travolgendo.
L’ho scritto quando già ero paralizzato a tutti e quattro gli arti, scrivendo con gli occhi, grazie al puntatore oculare, indispensabile ponte col mondo. In queste condizioni ogni scelta è degna di rispetto. (...) Vivere con la Sla non è possibile senza che si sia profondamente amati, adeguatamente assistiti e senza una scelta consapevole che si rinnova ogni giorno. Pochi sono i fortunati.
Un paese civile non ha bisogno di eroi, ma di servire i più fragili, tra questi gli ammalati e i disabili. Fragili ma più preziosi dei cristalli di Boemia. Perciò dedico questo libro anche a quelli, pochi, tra i malati di Sla e i loro straordinari familiari, che non si arrendono di fronte al cinismo e all’indifferenza di parte della società e del ceto dirigente di questo disgraziato paese. Quel cinismo che porta a considerare un invalido una spesa improduttiva e un malato terminale qualcuno che non sa decidere cosa è meglio per sé.
Lo dedico ai miei amici Laura Flamini e Salvatore Usala, malati tracheostomizzati che mi hanno insegnato a vivere una seconda volta.

STANOTTE E' LA MIA è pubblicato da una piccola casa editrice di qualità di Perugia, ALI&NO EDITRICE. Dalla seconda metà di novembre sarà reperibile nelle librerie dei capoluoghi, mentre la disponibilità nelle librerie dei piccoli centri sarà condizionata dalle richieste dei lettori. In questo sono i librai a dettar legge. E' acquistabile direttamente on-line al sito della casa editrice, gravato però dalle spese di spedizione. www.alienoeditrice.net
Per chi, come l'autore, è costretto ad usare il computer, è disponibile la versione e-book al sito www.ebookizzati.com

Il ricavato dell'autore viene interamente devoluto ad APASLA (Associazione Piemontese per l'Assistenza alla Sclerosi Laterale Amiotrofica).
.

Le prigioni senza sbarre


Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla
(Lao Tse)



Cos’hanno in comune le privazioni imposte da una grave malattia invalidante e quelle derivanti dalla carcerazione, tanto più quando ingiusta? Per le malattie mi riferisco, in particolare, a quelle gravissime patologie che coinvolgono il sistema neuromuscolare, come la sclerosi laterale amiotrofica, oppure ai gravi traumatismi cranio-encefalici e alla sindrome locked-in (che significa per l’appunto “incarcerato”): tutte situazioni nelle quali l’esito finale, anche grazie alla avanzata tecnologia medica, è che il carceriere ha gettato la chiave e il destino è quello di restare prigionieri del proprio corpo per il resto della vita.
E ancora: come si può continuare ad esplorare la categoria del possibile quando le possibilità dell’esperienza vengono ad essere drasticamente ridotte?
Queste domande mi sono balzate in mente leggendo un bel lavoro di qualche anno fa di Susanna Terracini, matematica , che recuperava le lettere che Ernesto Rossi scrisse, prima dal carcere fascista e poi dal confino, e ne rievocava l’incontro, sempre in carcere, con Vittorio Foa, economista, ma soprattutto padre nobile della sinistra del ‘900 (e anche un po’ oltre). E conteneva anche una bella intervista allo stesso Foa.

Ernesto Rossi, antifascista laico, fondatore di Giustizia e Libertà, viene condannato, in ragione delle sue idee, a vent’anni di carcere dal Tribunale speciale fascista; di questi, complessivamente, nove li trascorre effettivamente in prigione e quattro al confino. Lungo tutti questi lunghi anni Rossi “inganna” il tempo non solo nell’incessante organizzazione di tentativi di evasione, ma soprattutto nel costante esercizio della matematica, attività intellettuale di astrazione per eccellenza. E, appare evidente, lo fa non come pura coltivazione di una passione individuale, ma come affermazione di continuità di sé, della propria identità e della dignità di persona.
Senza scomodare l’esperienza di un Primo Levi nel campo di sterminio, anche la vicenda umana di Ernesto Rossi, certamente meno estrema, suggerisce che la persona è innanzitutto tale se le è concesso di coltivare la propria ricerca di senso ed esporla al confronto con “l’altro”.
Già nel 1931, nel carcere di Piacenza, Rossi ottiene gesso e lavagna e si butta, infatti, nello studio collettivo, insieme con una improbabile truppa di ferrovieri e contadini, anarchici e comunisti, non tutte e sempre “teste fini” dal punto di vista del livello intellettuale. Ma che importa, la passione e la creatività della condivisione nell’esercizio della matematica rivelano la potenza straordinaria propria di un gesto artistico collettivo. E già questo è sorprendente, perché non vi è nulla di apparentemente più logico e rigoroso, e, mi verrebbe forse da pensare, rigido, del metodo matematico.

Rossi legge anche Poincarè, il matematico e filosofo francese che formulò la celebre “congettura”, problema matematico di straordinaria complessità, tanto da dover attendere oltre un secolo per essere dimostrato. E mi viene in mente di un altro spericolato accostamento che lessi circa Poincarè, che associava la sua congettura alla ipotesi matematica della struttura dell’universo, rendendo addomesticabile concettualmente qualcosa di altrimenti incontenibile dalla mente umana: la stessa struttura finita eppure al tempo stesso infinita che si ritrova, sorprendentemente, nell’architettura del Paradiso dantesco.
Ecco: privati della libertà, nel punto più alto della storia del ventennio, c’erano antifascisti che teorizzavano di “infinitesimi di ordine diverso che tendono a zero uno più rapidamente dell’altro”. Fantastico.

A Regina Coeli, dopo l’ennesimo trasferimento a seguito dell’ennesimo piano di evasione fallito, Rossi riprende con i nuovi compagni, in prima fila Riccardo Bauer e successivamente Vittorio Foa, a lavorare su bazzecole come teoria delle congruenze, teoria dei determinanti, equazioni lineari e calcolo infinitesimale. L’accanimento con cui questo manipolo di antifascisti tenta ripetutamente di poter mettere per scritto i passaggi matematici, nel divieto assoluto di farlo, dà l’idea di una autentica lotta per la sopravvivenza: a ogni sequestro di “armi improprie” seguiva una nuova invenzione. Dai bastoncini di sapone ai fiammiferi di legno mischiati con la cera, dalle scaglie di piombo delle inferriate al gesso del lucignolo dei lumini, tutto pur di poter surrogare penna e calamaio.

E ho pensato allora a come è difficile continuare a percepirsi persona, nella pienezza del rapporto con gli altri, quando vengono meno la libertà di movimento, la libertà di scegliersi i propri interlocutori e di comunicare con loro. E qui nasce l’idea dello spericolato parallelismo: la paralisi della libertà nel corso di una restrizione fisica imposta dal potere non è in fondo dissimile a ciò che accade quando è la natura a imporre le limitazioni di una paralisi motoria che costringe il corpo dentro una prigione senza sbarre.
Il disperato tentativo di un malato che può solo più muovere gli occhi, alla ricerca del non annullamento di sé entro i confini della minorazione, mi appare altrettanto forte dello sforzo del prigioniero di un regime totalitario per conservare la propria integrità senza alienarla in mani altrui.

Racconta Foa: in carcere, si cerca di avere degli orizzonti più aperti perché il carcere è uno strumento con il quale, tenendoti chiuso, si cerca di limitare la tua stessa mente, inchiodarla al presente, a quella astratta aridità che ha la vita in una cella. Noi eravamo impediti di scrivere. Non potevamo scrivere a nessun altro che a padre e madre, una volta alla settimana. Non potevamo sentire musica di nessun tipo. Non potevamo nemmeno cantare nulla. Si cercava di limitare la nostra stessa mente e indubbiamente la Matematica per me ha avuto questa capacità: di rompere la chiusura e di arrivare a qualcos’altro. Ancora recentemente, parlando di queste cose con un amico, ricordavo che durante tutti gli anni del carcere non ho mai letto delle poesie e spiegavo come questa mancanza abbia impoverito la mia vita, non solo allora ma anche dopo. E lui mi disse: “È vero, ma hai studiato Matematica!” Ed è vero. Lo studiare Matematica permetteva improvvisamente di uscire in un campo in cui il tuo persecutore non entrava – questo campo non lo interessava – in cui tu potevi muoverti a tuo agio, senza che lui sapesse né si interessasse di quello che facevi.

Le stesse parole potrebbero essere pronunciate da un distrofico o da un ammalato di Sla, se riferite alla frequente, acquisita abitudine di scrivere poesie, memorie, racconti e romanzi mai scritti prima. Il bruco si libera dallo scafandro sublimando se stesso, erigendo difese dall’alienazione di sé e costruendo ponti per poter comunicare con gli altri. Per dirla con Foa: si esce in un campo in cui il tuo persecutore, la malattia, onnipresente e pervasiva nel suo oggettivo intento di annientamento, non può entrare. Diventa davvero questione di vita o di morte: si giunge a temere, più ancora che una crisi respiratoria, il blocco del proprio comunicatore oculare. Ad ogni interruzione dell’ADSL e ad ogni guasto del personal computer si viene assaliti dall’angoscia che comporre, scrivere e comunicare possano essere negati per sempre.
L’irrompere di una malattia catastrofica pone drammaticamente, in pari con l’avvenuta consapevolezza, il nodo della identità e dell’immagine di sé perdute. Uscirne è tutt’uno con il rifiuto di identificarsi con la malattia stessa, con il recupero di sé come persona attraverso le proprie intatte facoltà mentali, la scoperta di attitudini inesplorate, la passione verso territori di creatività intellettuale e di impegno ai quali, con sorpresa, ci si ritrova ad affidare il senso non solo di una nuova esperienza, ma, in questo caso, di una nuova fase della propria vita.

Disse Cesarina Vighy, divenuta scrittrice solo dopo essersi ammalata di Sla:
Scrivo e scrivo, con una facilità e una felicità mai provate prima: quasi ho dimenticato la sfida a resistere per riversare nel mio libro quello che mi è capitato nella vita di bello e di brutto, entro ed esco dalla malattia come un fantasma attraversa i muri, beffando chi si ferma davanti a una porta chiusa. Ho qualcosa di meglio da fare, io: recuperare la mia vita che sembrava ormai spezzata in due tronconi, prima della malattia e dopo la malattia. Solo ora ho scoperto che ci si può stare anche "dentro", profittando di quel dono avvelenato che ci hanno fatto: mantenere la mente lucida, forse più lucida di prima, sino alla fine. Via il pigiama, lavarsi o farsi lavare, vestirsi o farsi vestire: è un viaggio che ci aspetta, lungo o corto che sia. I miracoli li facciamo noi.

Il senso della lotta contro la segregazione del carcere può assomigliare a quella che si ingaggia contro il sequestro del corpo, ed è ancora Foa a rendercela evidente:
Direi che è una cosa un po' analoga ad una lotta sociale o politica. Uno pensa che una lotta sociale o politica serva a cambiare qualcosa. Però serve anche in sé. Il lottare cambia te stesso nel momento in cui lotti, non soltanto pensando ai risultati di questa lotta. A me pareva allora che il calcolo matematico, che può servire a tante cose, serviva a noi che lo facevamo. Il fatto di calcolare è in se stesso un fatto di emancipazione.

Per una volta, non è la libertà ad essere terapeutica, ma è la cura di sé che rende liberi.



Bibliografia utile:
Susanna Terracini - Matematica e liberazione, in Lettera matematica n.60/2006, pp. 39-50
Donal O’Shea – La congettura di Poincarè - BUR, 2008
Jean-Dominique Bauby - Lo scafandro e la farfalla - Ponte alle grazie, 1997
Cesarina Vighy – L’ultima estate - Fazi, 2009


La libertà, infine


C’è chi segue ossessivamente i premi letterari e chi, come tanti ammalati fanno, non perde neppure un’uscita in libreria di ogni suo sconosciuto compagno di sventura, suo perché preferibilmente della sua propria stessa malattia. E poi ci sono i tanti che, al di fuori di questi recinti un po’psicopatologici, hanno avuto l’occasione di conoscere l’opera di Cesarina Vighy, detta “Titti”, semplicemente perché conquistati dalla sua stessa forza creativa. Opera che risulta composta, ahimè, da due soli volumi: L’ultima estate, il romanzo autobiografico con cui la ultrasettantenne bibliotecaria, veneziana e romana di adozione, ha esordito l’anno scorso vincendo, curiosamente, il Premio Campiello per l’Opera Prima, e Scendo, buon proseguimento, l’opera seconda, uscita in libreria appena la scorsa settimana.
Perchè proprio il giorno dopo, 1° maggio, Titti “è scesa” e ci ha lasciato per sempre.

Quello che mi affascina e sorprende della sua vicenda è che questa abbia con la malattia un unico, fondamentale punto di contatto: che sia dal corpo fattosi gabbia che l’autrice abbia tratto la propria assoluta libertà intellettuale.
Avrebbe da molto tempo voluto scrivere, ma non si sentiva autorizzata. Poi, colpita dalla SLA, per sua scelta si è ritirata in casa, concedendosi solo agli affetti più cari e a chi la assisteva. Ha considerato il decadimento fisico devastante della malattia un’offesa, una mutilazione, e ha rifiutato di accettarla, perché, come ha scritto nell’Ultima estate, si accetta quel che viene proposto, non ciò che viene imposto con la forza. In realtà ha saputo invece elaborare il lutto del corpo trasfigurandone e sublimandone il senso di impotenza nella libertà di quel che resta, dopo il corpo che cede: l’interiorità, il pensiero.
Si è definita “spudoratamente libera: perché dovrei temere per i miei rapporti affettivi? Censurare i pensieri sarebbe come aumentare lo scacco, aggiungere blocco al blocco. La libertà di parola e il coraggio delle proprie convinzioni sono una conquista.”

Così, ha scritto intensamente, distillando nel suo primo romanzo tutto il suo personalissimo stile, scrivendo non la storia della malattia, ma la storia di una vita, lontanissima dalla malattia, che fa appena capolino solo nell’ultima, irresistibile parte del libro. “Ma io, la larva cocciuta, ho provato intanto l' estasi della scrittura. Scrivo e scrivo, con una facilità e una felicità mai provate prima: quasi ho dimenticato la sfida a resistere per riversare nel mio libro quello che mi è capitato nella vita di bello e di brutto, entro ed esco dalla malattia come un fantasma attraversa i muri, beffando chi si ferma davanti a una porta chiusa. Ho qualcosa di meglio da fare, io: recuperare la mia vita che sembrava ormai spezzata in due tronconi, prima della malattia e dopo la malattia. Solo ora ho scoperto che ci si può stare anche "dentro", profittando di quel dono avvelenato che ci hanno fatto: mantenere la mente lucida, forse più lucida di prima, sino alla fine. Via il pigiama, lavarsi o farsi lavare, vestirsi o farsi vestire: è un viaggio che ci aspetta, lungo o corto che sia. I miracoli li facciamo noi.”

La spiritualità che traspare dalle sue “laicissime pagine” le è riconosciuta addirittura dal teologo Vito Mancuso, che si è lasciato progressivamente conquistare dal suo secondo volume, man mano che questo prendeva forma, fino ad accettare di scriverne l’introduzione. Un’opera letteraria che percorre, nella sua costruzione, un intero itinerario, partendo dalla raccolta di lettere che nell’era di internet Cesarina ha scritto per 3 lunghi anni, come suo personale ponte col mondo, per approdare infine al lavoro compiuto, e inanellando, lungo il sentiero, personaggi e storie con mirabile equilibrio fra tragedia e commedia.
Nell’ultima intervista ha detto: “In famiglia abbiamo sempre scherzato su tutto. Con mio marito, in particolare, è stata la chiave per esorcizzare la paura: siamo entrambi indifesi di fronte alla prepotenza del male, all’ingiustizia, e abbiamo fatto dell’ironia e del cinismo (un altro segno di debolezza, in fondo) la nostra corazza di cartone contro i mali del mondo”.




intervista per "Extraterreni" - Raisatextra - 2004